Overtourism: cos'è e come viaggiare in modo consapevole

Fuori dall'acqua
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Overtourism: il problema che sta rovinando il turismo (e come scegliere diversamente)
Sommario
- Perché il turismo di massa produce danni che non si vedono subito
- Slow travel e turismo responsabile: cosa significano davvero
- Il turismo responsabile inizia dalla scelta della destinazione
- Dare qualcosa in cambio: il principio del giving back
- Cosa distingue un tour operator specializzato in viaggi responsabili
- Come iniziare a viaggiare in modo diverso
- FAQ
Venezia ha iniziato a far pagare l'ingresso.
Barcellona ha i residenti in piazza con i cartelli. Santorini ha chiuso i cancelli alle crociere.
Il segnale è chiaro: qualcosa nel modo in cui viaggiamo si è rotto.
Il turismo di massa ha trasformato alcuni dei posti più belli del mondo in code da gestire, selfie da scattare e souvenir da comprare.
E chi ci abita (i pescatori, i panettieri, i bambini che vanno a scuola) ha smesso di riconoscere il proprio quartiere.
L'overtourism non è un problema di "troppi turisti". È un problema di come si viaggia.
Nel concreto è il sovraffollamento turistico che degrada la qualità della vita dei residenti, impoverisce l'autenticità dei luoghi e distrugge quell'equilibrio fragile che rende una destinazione degna di essere visitata.
E non è una sensazione. Secondo un'indagine Ipsos-Unipol del 2025, il 56% degli italiani lo considera già un problema concreto.
Il 74% è disposto a cercare destinazioni meno convenzionali pur di evitarlo, e lo slow travel raccoglie l'interesse del 78% dei viaggiatori italiani.
La domanda c'è. Quello che manca, spesso, è sapere da dove cominciare.
Perché il turismo di massa produce danni che non si vedono subito
C'è una frase, dai report accademici, che vale la pena tenere a mente.
Il problema non è avere troppi turisti: è averli tutti nello stesso posto, nello stesso momento.
Roma, Firenze, Venezia: l'80% dei visitatori si concentra sul 10% del patrimonio disponibile.
Nel frattempo, a pochi chilometri di distanza, esistono borghi, coste e culture che faticano a sopravvivere economicamente proprio perché nessuno li conosce.
Il turismo mordi e fuggi non porta ricchezza. Porta consumo.
Consuma i luoghi, le infrastrutture, il senso di appartenenza di chi ci vive. E lascia poco o nulla in cambio.
Un visitatore che passa tre ore in una città, compra un panino da una catena internazionale e risale sul pullman non ha sostenuto nessuna economia locale. Ha solo lasciato rifiuti per un paio di fotografie da postare sui social.
Slow travel e turismo responsabile: cosa significano davvero
I termini proliferano: slow travel, turismo lento, turismo responsabile, turismo consapevole, viaggio esperienziale.
Il rischio è che diventino etichette svuotate di significato, buone per le brochure più che per la realtà. Proviamo a fare chiarezza.
Viaggiare in modo consapevole non significa viaggiare meno. Significa stare di più.
Significa scegliere destinazioni che non siano già sature. Mangiare dove mangiano i locali, dormire in strutture gestite da persone del posto, comprare da chi produce davvero.
Significa arrivare in un luogo con l'intenzione di conoscerlo, non di fotografarlo.
Lo slow travel non è una questione di velocità dei mezzi di trasporto. È un'attitudine.
È la differenza tra andare a surfare a Somo e andare a Somo. Tra visitare il Marocco e vivere Imsouane per una settimana: fare surf con istruttori del posto, mangiare con loro, capire come funziona davvero quel villaggio.
Il turismo responsabile inizia dalla scelta della destinazione
Scegliere dove andare è già un atto politico.
Quando scegli una destinazione fuori dai radar, non Bali, non Tulum, non Mykonos, stai spostando risorse economiche verso comunità che ne hanno bisogno e che non sono ancora state travolte dalla pressione turistica.
Le mete più fotografate del mondo non hanno bisogno della tua presenza. Ne hanno già troppa.
Hanno bisogno che tu vada altrove, e che racconti agli altri che vale la pena farlo.
Non è nemmeno una scelta difficile. È spesso la scelta migliore anche per te: meno folla, prezzi più accessibili, esperienze più autentiche, rapporti umani che nei circuiti classici non esistono.
Un ospitə tornata dall'Irlanda con SurfWeek ha scritto: "Non è solo surf o mare: è incontrare persone stupende, imparare a rispettare la natura e sentirsi parte di qualcosa di vero."
Quella frase non descrive una vacanza. Descrive quello che succede quando smetti di essere un turista e cominci a essere ospitə di un posto.
Dare qualcosa in cambio: il principio del giving back
Il turismo responsabile non si esaurisce nello scegliere destinazioni meno affollate.
Ha una seconda dimensione, più concreta: quello che lasci. E quello che riesci a scoprire, solo perché qualcuno si fida di te abbastanza da mostrartelo.
A Tamraght, in Marocco, c'è il bananeto di un amico.
Non lo troverai su nessuna guida. Non è su Google Maps. Non ha un hashtag.
È uno spazio costruito con materiali che sarebbero stati buttati via: decorato, curato, trasformato in un luogo di incontro in perfetto stile marocchino. Chi ci è stato con SurfWeek sa che lì spesso succede qualcosa di difficile da spiegare a parole.
Quella porta si è aperta perché negli anni abbiamo costruito un rapporto reale con gli istruttori locali. Loro ci hanno conosciuti, hanno capito cosa siamo, e hanno deciso di condividere qualcosa che non mostrano a chiunque passa.
Non è una partnership commerciale. È fiducia guadagnata nel tempo.
Questo vale per ogni destinazione. Tutte le attività in loco, le lezioni, le esperienze fuori dall'acqua, nascono insieme a persone del posto che hanno visto l'anima di questo progetto e hanno scelto di farne parte.
I soldi che si spendono durante la settimana rimangono nel territorio: negli istruttori, nei fornitori, in chi cucina, in chi racconta il posto.
Alla fine di ogni settimana c'è anche un clean-up collettivo. Non è simbolico: è quello che chiamiamo un "passa gesto". Mostrare, con un'azione semplice, che il rispetto per un luogo non finisce quando chiudi lo zaino.
Come scrive un'ospitə: "Mi ha aiutato a rallentare, a guardarmi intorno e a capire quanto possiamo fare la differenza, anche con piccoli gesti."
Cosa distingue un tour operator specializzato in viaggi responsabili
Non tutti i viaggi esperienziali sono uguali. E il mercato, come sempre, ha imparato a usare le parole giuste prima di cambiare le pratiche.
Un tour operator specializzato in viaggi responsabili si riconosce da alcune cose concrete.
Lavora con fornitori locali, e non importa personale dall'esterno per ruoli che i residenti potrebbero ricoprire.
Porta gruppi piccoli, perché un gruppo di 8 persone ha un impatto radicalmente diverso da uno di 40.
Sceglie destinazioni non sature. E ha relazioni costruite nel tempo con le comunità che ospitano i viaggiatorə, non contratti rinnovati ogni anno al ribasso.
È la differenza tra un operatore che organizza viaggi e uno che conosce i luoghi.
Uno che ha passato mesi, non solo le settimane di bassa stagione, in quelle destinazioni. Che sa il nome di chi insegna a fare surf, di chi cucina, di chi racconta la storia del villaggio.
Questa presenza reale cambia il modo in cui le mete vengono vissute: non come sfondo, ma come protagoniste.
Come iniziare a viaggiare in modo diverso
Non servono grandi rivoluzioni. Bastano alcune domande da farsi prima di prenotare.
Chi beneficia di questo viaggio? Se la risposta è "una catena internazionale e un algoritmo di booking", vale la pena cercare altro.
Quante persone ci saranno? Un gruppo piccolo preserva i luoghi. Uno grande li logora.
Che rapporto ha l'operatore con il territorio? Le relazioni costruite negli anni, con istruttori, fornitori, comunità, si vedono nell'esperienza che vivi.
Cosa rimane dopo? Un turismo responsabile lascia qualcosa: risorse economiche alla comunità, rispetto per gli ecosistemi, un legame con un posto che continua anche dopo il rientro.
La brutta notizia è che il turismo mordi e fuggi non cambierà da solo.
La buona notizia è che ogni scelta individuale sposta qualcosa. E che viaggiare bene, quasi sempre, è anche viaggiare meglio.
FAQ
Cos'è l'overtourism e perché è un problema crescente?
L'overtourism è il sovraffollamento turistico che degrada la qualità di vita dei residenti e impoverisce l'autenticità delle destinazioni. Nel 2025, secondo i dati Demoskopika, dieci province italiane (tra cui Venezia, Rimini e Roma) registrano livelli di sovraffollamento classificati come "molto alto". Il fenomeno è alimentato dalla concentrazione dei flussi sulle stesse mete e dagli stessi periodi dell'anno.
Cosa significa viaggiare in modo consapevole?
Viaggiare in modo consapevole significa scegliere destinazioni non sature, supportare l'economia locale, stare abbastanza a lungo da capire il posto in cui ci si trova, e lasciare qualcosa di positivo in cambio. Non è un sacrificio: è spesso il modo più ricco e autentico di fare un'esperienza di viaggio.
Slow travel e turismo lento sono la stessa cosa?
Sì, i termini sono intercambiabili. Entrambi descrivono un approccio al viaggio che privilegia la qualità sull'intensità, la profondità sulla quantità di destinazioni visitate. L'origine del concetto è italiana: nasce dal movimento Slow Food di Carlo Petrini negli anni '80, e si è poi estesa al modo di viaggiare.
Come scegliere un tour operator specializzato in viaggi responsabili?
Cerca operatori che lavorino con fornitori locali, portino gruppi piccoli e abbiano relazioni concrete con le comunità delle destinazioni che propongono. Diffida di chi usa il termine "sostenibile" come etichetta di marketing senza spiegare nel concreto cosa fa. Le relazioni costruite negli anni con un territorio sono difficili da falsificare. Scopri come lavora SurfWeek →
Il viaggio esperienziale è compatibile con il turismo responsabile?
Sì, e spesso coincide. Un viaggio esperienziale che mette al centro il luogo, le persone che lo abitano e la qualità del tempo vissuto è per definizione un turismo che rispetta le destinazioni. Il contrario del turismo di massa non è rinunciare a viaggiare, ma scegliere come farlo.